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"Nelle mani di chi li usa con maestria, i segni costituiscono
un linguaggio bellissimo e altamente espressivo, di cui né
la natura né l'arte ha saputo fornire un surrogato soddisfacente
per la comunicazione come mezzo per raggiungere facilmente e rapidamente
la mente dei sordi. Chi non comprende tale linguaggio non può
rendersi conto delle possibilità che esso offre ai sordi, del
suo immenso contributo al benessere sociale e morale di chi è
privo dell'udito, del suo meraviglioso potere di trasmettere il pensiero
a intelletti che altrimenti resterebbero sempre nel buio. Chi non
lo conosce, non può rendersi conto del fascino che esso ha
per i sordi. Finché sulla faccia della terra vi saranno due
persone sorde che si incontrano, i segni continueranno ad essere usati".
J. Schuyler Long - Direttore della Iowa School for Deaf.
Questo
è ovviamente solo un primo pallido approccio al tema. Infatti
sia la lingua dei segni, sia, in termini più ampi, la educazione
dei sordi necessitano di complessi approfondimenti, che peraltro si
stratificano su piani teorici e pratici ed attraverso la esperienza
ed il tempo che di questa è il momento primigenio.
Le problematiche affrontate in concreto sul territorio hanno consentito
e di fatto costituito una vera e propria irripetibile occasione per
maturare un'esperienza personale molto gratificante, un viaggio nella
storia dei Sordi e delle straordinarie sfide, linguistiche, che essi
hanno da sempre dovuto affrontare e che, ancora oggi, affrontano con
grande forza e coraggio, un viaggio nella loro cultura, nel loro "mondo
silenzioso", un viaggio per vedere con i loro occhi.
Sono, inoltre, necessarie alcune precisazioni in merito alla terminologia
della quale si fa uso:
si parla di educazione e di lingua dei segni dei sordi, pertanto,
si rende doveroso, per permettere al lettore inesperto di questo mondo,
di comprendere e specificare cosa si intenda con l'uno e con l'altro
temine.
Si parlerà, dunque, di educazione per indicare un intervento
volto a fornire ad un individuo delle particolari facoltà di
cui questo è sprovvisto, ma più in senso lato, si intende
l'intervento volto a fornire al sordo una competenza linguistica e
la facoltà di comunicare indipendentemente dalla modalità
con cui la comunicazione si attua con le altre persone.
Si parlerà di lingua dei segni per indicare, innanzi tutto,
che la lingua è un insieme di convenzioni (fonetiche e morfologiche,
sintattiche e lessicali) necessarie per la comunicazione orale e scritta
fra i singoli appartenenti ad una comunità, ma nello specifico
la lingua dei segni è fatta appunto di segni che con l'uso
delle mani, dell'espressione facciale, il movimento degli occhi, delle
sopracciglia, delle labbra, del capo e le posizioni del corpo, sostituiscono
la parola, i segni sono lessemi che corrispondono alle parole delle
lingue vocali.
Si ricorda inoltre che la lingua in generale è legata alla
cultura: in ciascuna lingua si raccolgono il sapere l'esperienza ed
i costumi di un popolo.
SECONDA PARTE
Molte persone si chiedono come nascano i segni.
È difficile rispondere: mentre in italiano e nelle lingue parlate
l'etimologia aiuta a scoprire la vera origine delle parole, nella
lingua dei segni mancano documenti scritti, ma solo testimonianze
di esperienze o di studi dei vari metodi educativi svolti dai vari
educatori dei sordi.
I motivi per cui la lingua dei segni sia stata sempre osteggiata è
ancora tutt'oggi incomprensibile e soprattutto che sia sempre stato
negato che sia una lingua a se stante e a tutti gli effetti, in quanto
possiede tutti gli elementi di una vera e propria lingua.
Ma quando nasce questa lingua?
Da quando sono nati i sordi: cioè da sempre poiché è
una lingua innata.
Sin dai tempi biblici i pregiudizi nei confronti dei sordomuti associavano,
in caso di guarigione o di educazione dei sordomuti, un evento miracoloso.
Le Sacre Scritture li consideravano come esseri incompleti, deboli,
bisognosi della grazia di Dio, e non conoscendo il legame causale
sordità-mutismo, l'incapacità di articolare i suoni,
era creduta la conseguenza di un nodo alla lingua, nodo che Gesù
Cristo, toccandola, scioglie.
Anche se Ippocrate (460 a.C. ca - 377 a.C. ca), di molto posteriore,
coglie invece questo legame; sempre in epoca precristiana, il filosofo
greco Aristotele, fu uno dei primi a fare delle osservazioni sulla
sordità e sulla "mutolezza" affermando che
"…i sordi di nascita sono anche muti e non possono imparare a
parlare, né essere istruiti",
ma vede il motivo di ciò nella presenza di
"…una relazione di simpatia tra gli organi dell'udito e quelli
della loquela…"
Infatti, egli, come dicevamo, li considerava come ineducabili dal
momento che la loro sordità costituiva un impedimento alla
ricezione della parola, unico strumento in grado di trasmettere l'insegnamento
e la disciplina.
Platone aveva compiuto osservazioni sul linguaggio dei segni dei sordi,
che riteneva adatto ad esprimere sia i pensieri che i sentimenti,
ma non furono presi in considerazione, comportando grandi ritardi
nel comprendere che fosse possibile educare i sordi, così continuarono
ad essere considerati alla pari dei minorati e dei ritardati, cioè
individui che non possedevano un completo sviluppo cognitivo e di
conseguenza, incapaci di assumersi le responsabilità di persone
adulte.
Alcuni passi di Sant'Agostino (354-430 d.C.), del dialogo "De
quantitate animae", in cui narra di aver incontrato un sordo
e muto e di bellissimo aspetto e di civili maniere che tutto ed esprimeva
con gesti del corpo, e che così manifestava i suoi desideri,
"…attraverso i gesti non gesticolava o descriveva semplicemente
forme ma anche il colore, il suono e il gusto"…,
evidenziano che come nella cultura ebraica antica, anche quella cristiana
considerava la sordità, o qualsiasi altra menomazione, come
un'eredità di peccati commessi o dai sordi stessi o dai loro
avi.
Ma si può condannare una persona con un handicap per essere
nata con un handicap? Pare di si, lo facevano nell'antichità
e lo si fa ancora oggi, certo non come succedeva a Sparta dove i neonati
con imperfezioni fisiche erano considerati inutili alla patria: essi
venivano portati sul monte Inedia e lì abbandonati e lasciati
morire. È probabile che ai bambini sordi fosse risparmiato
questo trattamento, in quanto il loro handicap non era evidente in
età precoce.
Ai tempi dei Romani le cose non cambiano: il Diritto Romano classificava
i sordi insieme ai "mentecatti", coniugando, in questo modo,
un pregiudizio fisiologico e psicologico all'impossibilità
di fornire un'educazione; inoltre erano considerati "incapaci:
non potevano stipulare, né essere tutori; non potevano fare
da testimoni nei testamenti, né fare essi stessi testamento"
Ciò dimostra ancora l'ignoranza da parte dei Romani, del legame
sordità.-mutismo, e la loro persuasione che si trattasse di
individui incurabili ed ineducabili. A conferma di ciò si potrebbero
portare anche gli accenni ai sordomuti dati da autori come Plauto,
Lucrezio, Marziale.
Tuttavia, e per fortuna, riscontriamo un'evoluzione in direzione di
un organizzazione sociale sempre più complessa determinando
la necessità di esprimere in forma di leggi scritte concetti
quali quello di giustizia. È nelle antiche leggi ebraiche che
troviamo il primo provvedimento scritto per la tutela dei sordi, l'antico
"Talmud" (raccolta ebraica dei testi rabbinici del II sec.);
è il primo documento in assoluto che afferma la possibilità
per i sordi di una istruzione: "non vogliate annoverare il sordo
e il muto nella categoria degli idioti e dei fanciulli come individui
privi di responsabilità morali, poiché essi possono
essere istruiti e fatti intelligenti…"
Non mancano, infatti, nella letteratura latina resoconti dell'incontro
con dei sordi intelligenti: il primo caso accertato nella storia dell'esistenza
di sordi che abbiano ricevuto un qualsiasi tipo di istruzione è
Quintus Pedius, citato da Plinio il Vecchio nel suo "Naturalis
Historia" racconta di questo giovane sordomuto dalla nascita
che fu indirizzato allo studio dell'arte della pittura, facendo grandi
progressi, ma purtroppo morì giovane.
Ammiano Marcellino riporta, invece, di un giovane sordomuto che l'imperatore
Giuliano aveva portato con se dalla Persia e in grado di esprimersi
e farsi comprendere attraverso i gesti.
San Gerolamo (347 d.C.-420) scrisse in "Commentarius in epistulam
Pauli ad Galates":
" i sordi possono apprendere il Vangelo per mezzo dei segni".
È il primo documento che cita i segni come mezzo per l'istruzione
dei sordi; in assoluto è anche il primo documento storico che
menziona l'esistenza dei segni.
Certamente
è ancora troppo poco per poter affermare l'esistenza di una
vera e propria lingua dei segni già ai tempi di San Gerolamo
(IV sec d.C.) ma viene eliminato del tutto il dubbio che i segni siano
stati un mezzo artificiale di comunicazione inventato nell'era moderna
o nel periodo medioevale.
I segni sono più antichi di molte altre lingue: la loro nascita,
come mezzo di comunicazione, possiamo affermare che si perde nella
notte dei tempi.
Nel corpo legislativo che risale all'impero Giustiniano (527-565 d.C.)
troviamo l'istituzione di restrizioni legali per i sordi, il Codice
Giustiniano (531, prende il nome dall'Imperatore Giustiniano I che
riformò il diritto romano) precisa che :
"i sordomuti, divenuti per caso tali, possono usufruire dei loro
diritti civili a condizione che sappiano leggere e scrivere".
Questa citazione del Codice Giustiniano testimonia l'esistenza dei
sordi che potessero leggere e scrivere già ai tempi dell'impero
romano e che nel tentativo di operare distinzioni legali, è
la prima volta che vengono riconosciuti diversi tipi di sordità
e fatta anche una distinzione tra sordità e mutismo: le persone
sorde che fossero almeno in grado di scrivere in modo sufficiente
a condurre la propria vita quotidiana, potevano ottenere pieni diritti
dal punto di vista legale.
Si può ben immaginare come, non ricevendo i sordi alcune istruzione,
gli unici in grado di scrivere fossero i sordi post-linguistici, mentre
tutti i sordi pre-linguistici venivano privati di diritti e doveri
dal punto di vista legale e assegnati a tutori che avevano un totale
controllo sulla loro vita.
Nel Medioevo (476-1492, V-XV sec.) si ritorna ad una vera e propria
persecuzione nei confronti dei sordi: furono soppressi del tutto quei
diritti che erano già stati compromessi nel tempo dell'Imperatore
Giustiniano. Durante il feudalesimo (X-XII sec) essi vennero completamente
emarginati, in quanto la sordità non permetteva loro di combattere
in guerra, che era il principale interesse dei signori del tempo,
non potevano ereditare, né celebrare la messa, né contrarre
matrimonio, a meno di una dispensa papale. Ma nonostante tali decisioni
si continuava a discutere del ruolo sociale dei sordi, se fosse possibile
processarli per un reato, concedere loro di prendere i voti, se si
potesse torturali.
Se
volessimo ora sintetizzare questo primo periodo, e definirlo come
"periodo preistorico" dell'educazione dei sordomuti, potremmo
dire che in esso prevalgono il pregiudizio, che porta a considerare
il sordomuto come un individuo stolto, da compatire in quanto infelice,
incapace di ricevere la parola e di conseguenza estraniato da una
qualsiasi educazione, diritto legale e sociale, incapace di produrre
la parola e perciò selvaggio e spesso neanche riconosciuto
giuridicamente; l'ignoranza in merito al fenomeno del sordomutismo,
ovvero in merito alle sue cause, alla relazione sordità-mutismo,
alla distinzione tra sordomutismo e ritardo mentale. Per secoli dunque
si sono tramandati e diffusi atteggiamenti e pregiudizi che impedirono
o non si sia mai voluto pensare ad una rivalutazione del sordomuto
come "individuo" e alla possibilità di istruirlo
ed educarlo.
Nel periodo che si estende dal XVI fino alla metà del XVII
secolo (data della fondazione delle prime scuole pubbliche per sordomuti)
ha origine la vera e propria istruzione dei sordomuti. Con l'inizio
del XVI secolo si apre un periodo di nuove sperimentazioni e diffusione
delle conoscenze anche a livello internazionale. Proprio quest'atmosfera
porterà diversi scrittori ad ipotizzare l'educabilità
dei sordomuti e a concentrarsi su questo argomento, favorendo così
lo sviluppo di studi e ricerche di tipo medico, linguistico, storico,ecc,
intorno al fenomeno del sordomutismo.
Nel campo medico lo stato delle conoscenze non era ancora in grado
di fornire una valida interpretazione di cosa fossero la sordità
e il mutismo: l'idea principale sulle cause della sordità era
da ricercare nella connessione tra nervi della lingua e dell'orecchio.
Un'altra teoria era quella che la bocca fosse collegata alla "tromba
di Eustachio" e che quindi la cura consisteva nell'urlare nella
bocca dei sordi.
Nel XIV secolo Bartolo della Marca D'Ancona (1314-1357), giureconsulto
italiano e scrittore, nel suo "Digesta Nova" afferma di
aver conosciuto un uomo completamente sordo, chiamato Nellus De Gabrielis,
nato a Euguba, che era cosi intelligente da comprendere facilmente
le persone grazie alla lettura dei movimenti delle labbra (è
il primo testo nella storia conosciuta che citi la lettura labiale)
fu il primo a sostenere la possibilità di istruire i sordi,
sia attraverso i segni sia con la lingua parlata, dando così
maggior impulso ad eventuali riforme legislative nei riguardi dei
soggetti sordi.
L'educazione verbale delle persone sorde, sebbene argomento di grande
attualità è soggetto a continui mutamenti ed evoluzioni.
È al XV secolo che risalgono i primi documenti scritti relativi
ai sordomuti e alla loro condizione all'interno della loro società:
il seguente testo è tratto da un manoscritto del XV secolo
(1420) proveniente dal monastero vastenense che rappresenta il primo
dizionario della lingua dei segni conosciuto. Il testo originale è
scritto in latino e pare che non sia stato ami tradotto:
ARS SIGNANDI - secundum usum Monasterii Vastenensis
Magis usu discantur quam scripto - meglio praticare che leggere
ANNUS - anno = index annum tractus apuc brachium tibi signat (l'incice
condotto vicino al braccio ti indica l'anno)
BUTIRUM - burro = tacta manus binis intra dat scire butirum (la mano
toccata due volte all'interno permette di intendere burro)
CERUSIA - birra = in palmam suffla, cerusia significantur (soffi sul
palmo significano birra)
CORIUM - pelle = tracta cutis corium vel pellem significabit (la pelle
segnata significa pelle o cuoio)
PUDOR - pudore = lumina quando tego digitis designo pudorem (quando
copro gli occhi con le dita significa pudore)
TACERE - tacere = index ad os iuncutus extensus dat reticere (l'indice
unito alla bocca a lungo indica tacere)
LAC - latte = lac signat tibi tractus ab indice pollice paruus (il
pollice tirato un poco dall'indice ti indica il latte)
ASINUS - asino = est asinus, palma si quando mouetur ad aurem (è
l'asino, quando il palmo si muove verso l'orecchio)
MULIER - donna = index per frontem ductus signat mulierem. Propter
ligaturas quae in tali locu habentur a feminis (l'indice condotto
sulla fronte indica la donna. A causa delle fasce che in questo luogo
sono tenue dalle donne).
L'inizio della storia dell'educazione dei sordi, comunque, quasi sempre
si fa coincidere con un docente in filosofia di Heidelberg (Germania)
Rudulfus Agricolae (1442-1485); nel suo "De Invenzione Dialectica"
egli scrisse:
"Ecco un prodigio: ho visto un sordo dai primi anni della sua
vita, e quindi muto, che tuttavia aveva appreso a capire tutto ciò
che veniva scritto da altre persone, e che egli stesso esprimeva con
la scrittura tutti i suoi pensieri, come se avesse avuto l'immagine
della parola".
Questa notizia fece sensazione a quei tempi poiché per la prima
volta nella storia si sita il caso di un sordo che ha imparato a leggere
e a scrivere, i suoi scritti furono però pubblicati solo 100
anni dopo la sua morte.
L'invenzione di Gutenberg (1450) della stampa tipografica consentì
poi una rapida diffusione di copie degli originali degli antichi testi
e degli studi e delle ricerche su di essi compiuti, allargando la
base di un sapere fino allora depositato nelle mani di pochi privilegiati,
sortendo con effetti positivi anche per l'educazione dei bambini sordi.
Dopo un secolo il matematico, medico e filosofo italiano Girolamo
Cardano (1501-1576), che si era dedicato in modo particolare allo
studio della fisiologia dell'orecchio, della bocca e del cervello,
per primo afferma la possibilità e necessità di poter
istruire i sordi, sostenendo che il senso dell'udito e delle vocalizzazioni
della parola non erano indispensabili per la comprensione delle idee.
Per primo dunque espose un principio teorico basato su una osservazione,
conseguente alla citazione di Rodolfo Agricola:
è possibile insegnare ad un sordo a leggere e a scrivere, per
cui si può sostituire con la lettura l'udito e con la scrittura
la parola verbalizzata, sostenne che la favella è il mezzo
più importante per lo sviluppo dell'intelligenza umana.
Nei suoi scritti, "Paralipomena", Rodolfo Agricola cita
la sua teoria di poter istruire i sordi e su questa base formulò
prima di ogni altro il principio teorico della possibilità
d'istruire il sordomuto, "facendo in modo che egli leggendo oda
e scrivendo parli" e affermò che loro possono manifestare
i loro pensieri sia con le parola che con i segni.
Nel suo "De utilitate ex adversi capienza" scrive:
"il sordomuto deve imparare a leggere e a scrivere (…). L'impresa
è difficile, senza dubbi, ma tuttavia è possibile al
sordomuto…"
"anche i sordomuti onorano e venerano Dio, e, poiché sono
dotati di intelligenza, nulla impedisce che coltivino le arti più
sofisticate ed eseguano opere di valore…"
Si dice che Cardano avesse addirittura elaborato una sorta di codice
per l'insegnamento ai sordi, ma non ci sono mai giunte testimonianze
scritte di ciò: le fonti storiche narrano che il suo particolare
interesse verso la sordità nascesse dal fatto che il suo primogenito
fosse sordo.
Fabrizio Acquapendente (1533-1619), docente di anatomia dell'Università
di Padova, condivide il pensiero di Cardano, pubblicò due trattati
(arditi per il suo tempo) in cui si sottolinea la grande differenza
esistente tra la pantomima, rappresentata in tutt'Italia sin dall'antica
Roma, e l'uso naturale dei segni da parte dei sordi, e non manca di
sottolineare il legame sordità-mutismo affermando che i sordi
erano di conseguenza muti, e che sia la sordità congenita sia
quella post-natale erano si incurabili ma che si potevano istruire
certamente i bambini sordi nel migliore dei modi.
Questi primi tentativi inizialmente privati e sporadici, sono all'origine
dello sviluppo e della diffusione di scuole private e in seguito pubbliche
per l'educazione dei sordi in Europa, America e il resto del mondo;
si delineano al tempo stesso diverse linee di pensiero in merito alle
metodologie da seguire, che portano, nel corso dei secoli, a dure
controversie tra i sostenitori del metodo gestuale (l'educazione alla
lingua dei segni) e di quello orale (l'educazione alla parola), ma
si osserva che in questo periodo comunque istruire i sordi significava
rimanere nel privato: i soli privilegiati erano i figli di persone
ricche, nobili o influenti, di persone cioè che potevano permettersi
l'alto costo di questo tipo di istruzione e affinché questi
venissero riconosciuti giuridicamente capaci , per ovvie questioni
di eredità e passaggio di titoli nobiliari, mentre la maggior
parte dei sordomuti rimaneva nell'ignoranza e nella miseria. Inoltre,
prevale il carattere di segretezza e mistero intorno al metodo usato
da ognuno dei maestri di questo periodo, in quanto e per gelosia del
loro metodo da loro scoperto (e magari ignoravano che lo stesso metodo
fosse già stato scoperto da qualcun altro) per apparire com'egli
unici inventori del miracoloso metodo, e per venalità desiderando
di essere gli unici a beneficiarne economicamente, senza pensare che
la divulgazione ne avrebbe portato un beneficio ben maggiore, non
economico ma sociale a centinai di sordomuti.
Dunque, il metodo su cui si concentrarono questi primi maestri è
quello orale. Si presuppone, come dicevamo prima, una approfondita
conoscenza , da parte dell'insegnante, dell'apparato di produzione
dei suoni e delle diverse posizioni articolatorie . Il punto di partenza
è l'assunto che, nell'istruzione di un individuo, il senso
dell'udito possa essere sostituito da quello della vista.
Come dice George Dalgarno (1626-1687), famoso pedagogista del tempo,
nel suo "Didascalocophus" (1680)
"…non si vede quindi una ragione per cui la mente umana debba
apprendere più facilmente le immagini acustiche di quelle ottiche
della parola.".
Anche Johann Konrad Amman (1669-1724), dirà nel suo "Surdus
Loquens" (1692), che
"…l'uomo nasce con l'innata facoltà della loquela,ma questa
non passa all'atto se non per gli stimoli dell'udito. Così
i nati sordi non possono parlare se per via di un artificio non si
inducano a parlare partendo dall'imitazione della parola nei suoi
elementi".
Si procede, dunque, con l'insegnamento dell'articolazione dei suoni.
L'alunno apprenderà innanzi tutto la distinzione tra respirazione
e funzione vegetativa (fenomeno involontario atto all'ossigenazione
del sangue) e respirazione fonica (ovvero per l'emissione dei suoni).
In secondo tempo si passerà all'apprendimento delle diverse
posizioni articolatorie dei singoli suoni: si inizia dalle vocali,
poi alle consonanti, poi si passa dalle sillabe ai gruppi fonetici
sempre più complessi, infine alle parole. Come già accennato
il mezzo attraverso il quale il sordomuto può imparare è
il senso della vista: osservando i movimenti del maestro nella pronuncia
dei suoni, ed agevolato dal senso del tatto attraverso il quale percepisce
le vibrazioni dei diversi suoni, grazie alla leggera pressione sulla
gola del maestro, prima e sulla propria poi, toccare le labbra e la
bocca del maestro, servirsi di uno specchio per un continuo riscontro
personale in merito ai movimenti articolatori ed alle corrispondenti
vibrazioni, l'alunno compirà il processo di apprendimento "osservazione-imitazione".
Dopo ciò è necessario quindi insegnare il senso delle
parole da lui pronunciate, entrando, quindi, nella fase dell'insegnamento
della lingua, della lettura e della scrittura, per il quale si assoceranno
i singoli suoni al corrispondente simbolo grafico, e le parole (oltre
che al corrispondente simbolo grafico) all'oggetto, all'azione o alla
qualità che rappresentano: il metodo di insegnamento è
quello occasionale-oggettivo e a questo punto si potrà passare
all'insegnamento di altre materie, quali religione, storia ecc.
Ovviamente questo metodo, all'apparenza semplice, sbrigativo e ben
ordinato passo per passo, sembrava mettesse d'accordo tutti i maestri
dei sordomuti, ma in realtà ogni educatore ha seguito percorsi
diversi, impiegando molto tempo e sforzi non sempre ripagati da soddisfacenti
risultati. Inoltre, le critiche mosse in maniera sempre più
insistente dai fautori del metodo mimico (le quali evidenziano proprio
gli scarsi risultati di quello orale in proporzione alla fatica impiegata,
e la venalità dei suoi esecutori) rischiano di far apparire
quello orale come poco efficace a chi si accosta al suo studio per
la prima volta.
All'inizio del 1600, il benedettino spagnolo Pedro Ponce de León
(1520-1584) vissuto nel convento di S.Salvador de Oña, in Spagna,
esperì il primo tentativo di insegnare a parlare ai figli sordi
di un governatore di Aragona, Francisco e Pedro de Velasco fratelli
del connestabile Castiglia,più una loro sorella, attraverso
la vista interpretando i movimenti delle labbra, ma purtroppo non
ci resta nulla dei suoi scritti: pare che per comunicare si servisse
anche di un alfabeto manuale che era stato inizialmente ideato per
permettere agli ammalati di pregare senza dover recitare (ad ogni
segno corrisponde una preghiera) e si crede inoltre che egli insegnasse
, altre alla parola, anche diverse lingue e materie.
Insieme a Pedro Ponce, sempre in Spagna, Joachim Pasche (1527-1578),
predicatore alla corte dell'elettore di Baviera (Germania), fu uno
dei primi insegnanti di sordi citati nella storia, avrebbe istruito
la figlia sordomuta con l'aiuto delle immagini. Caso citato nella
raccolta "Seidel-Bildersammlung", 1751, nella quale si presentano
cento uomini originari del Brandeburgo. Data la contemporaneità
della vita di Pasche e di Ponce non è possibile stabilire con
certezza chi fu il primo, ma si possono senza dubbio considerare come
i veri e unici precursori del metodo orale.
Nel 1670 in Italia il gesuita Lana Terzi, filosofo e matematico, scrisse
quello che forse è il primo libro in Italia specifico sull'istruzione
dei sordi, il"Prodromo all'arte maestra" in cui viene messa
in evidenza soprattutto la lettura labiale. Non è da sorprendersi
che proprio un monaco benedettino sia stato il primo ad elaborare
un metodo d'insegnamento per i sordi che prevedesse l'uso della lingua
dei segni. Nell'anno 529 S. Benedetto in un convento presso Napoli,
impose il voto del silenzio che, secondo lui, era un elemento essenziale
del pensiero religioso. Tuttavia per poter aggirare questa rigida
regola, ai monaci era permesso di comunicare attraverso i segni.
I segni benedettini probabilmente ebbero origine nell'area del Mediterraneo
derivati da modi e dalle usanze delle persone udenti.
Subito dopo va ricordato Emanuel Ramirez de Carrion (m. nel 1663),
che a distanza di circa mezzo secolo pare aver istruito un altro appartenete
alla stirpe dei de Velasco: Luis de Velasco, fratello di Bernardino
Hernandez de Velasco, connestabile di Castiglia. Si dice che il giovane
Luis avesse imparato in pochi anni a leggere, scrivere, parlare. Ramirez
de Carrion si è attribuito il merito dell'istruzione di diversi
sordomuti di notevole influenza, tra i quali Emanuele Filiberto Amedeo,
Principe di Carignano, sordo dalla nascita, figlio del principe Tommaso
di Savoia e successivamente governatore di Ivrea e Asti, e dell'invenzione,
altre che del metodo di istruzione, anche di un sistema di riduzione
delle lettere che avrebbe reso l'insegnamento della lettura più
breve e più semplice.
Sull'esempio di Ponce de León, continuò lo spagnolo
Juan Pablo Bonet (1579-1633), autore del primo trattato teorico-pratico
sull'educazione verbale dei sordomuti dal titolo "Riduzione delle
Lettere ai loro Elementi Primitivi e Arte d'Insegnare a Parlare ai
Muti, pubblicato nel 1620, definendo il metodo per indurre i sordomuti
a parlare imitando il movimento delle labbra che si compie all'atto
stesso di pronunciare una determinata lettera, sillaba o parola; così
imitando l'elemento visibile si poteva ottenere la produzione da parte
del sordomuto anche dell'elemento udibile.
"Le parole sono lettere e quindi sono osservabili e riconoscibili,
la parola articolata non richiede necessariamente il suono, ma può
esistere senza questo; Può essere veduta come è udita".
Nel secolo XIX, furono aperti Istituti per sordomuti in diversi Stati
della penisola. I contatti e le informazioni reciproche erano mantenute
dai sacerdoti preposti all'educazione dei sordi. I sacerdoti godevano
di una maggiore mobilità tra Stato e Stato perché le
succursali dei vari Ordini Religiosi erano presenti nei vari Stati.
Negli Istituti veniva utilizzata la lingua dei segni nella trasmissione
dei contenuti scolastici ed erano presenti anche alcuni insegnanti
sordi.
I
principali Istituti italiani per sordi La figura illustra l'ubicazione
dei principali Istituti italiani con le rispettive date di fondazione.
La maggiore densità di Istituti è facilmente individuabile
nei territori che facevano parte dell'Austro-Ungarico Regno Lombardo-Veneto,
del Regno di Sardegna, dei Ducati e della parte settentrionale ed
orientale degli Stati Pontifici.
1. 1784 Istituto dei Sordomuti di Roma
2. 1788 Istituto Governativo di rieducazione per i sordomuti di Napoli
3. 1802 Istituto Nazionale Sordomuti di Genova
4. 1805 Regio Istituto dei Sordomuti di Milano
5. 1814 Regio Ospedale di Carità: Sezione Sordomuti di Torino
6. 1815 Regio Istituto dei Sordomuti di Pisa
7. 1820 Istituto delle Figlie della Provvidenza per le Sordomute di
Modena
8. 1826 Stabilimento dei Sordomuti di Parma
9. 1828 Istituto "Tommaso Pendola" per Sordomuti di Siena
10. 1829 Istituto Provinciale Sordomuti di Ferrara
11. 1829 Stabilimento dei Sordomuti di Cremona
12. 1830 Istituto "Antonio Provolo" per l'educazione dei
Sordomuti di Verona
13. 1832 Pio Istituto Sordomuti di "San Gualtiero" di Lodi
14. 1834 Regio Istituto dei Sordomuti di Palermo
15. 1842 Istituto Principesco Arcivescovile per i sordi di Trento
16. 1850 Istituto Gualandi per i sordomuti e le sordomute di Bologna
17. 1882 Istituto Nazionale Sordomuti di Firenze
18. 1882 Istituto dei Sordomuti di Cagliari
19. 1885 Pio Istituto "Filippo Smaldone" di Lecce
Nel
1782 l'avvocato Pasquale Di Pietro, ricco signore romano, decide di
aprire una scuola per i sordomuti della sua città e allo scopo
invia a Parigi l'abate Silvestri presso l'abate de l'Epée per
imparare l'arte d'istruire i sordomuti.
Nel 1784 l'abate Silvestri fonda a Roma la prima scuola italiana per
sordi, ospitata inizialmente nella casa dello stesso avvocato Di Pietro,
e di cui è stato direttore ed insegnante (utilizzando il metodo
di de l'Epée) fino alla sua morte.
Dal 1789, anno della sua morte, la scuola ha cambiato spesso sede
e ha avuto inoltre 18 direttori, 10 dei quali religiosi.
Nel 1827 la scuola diventa Opera Pia sotto il controllo dell'amministrazione
vaticana.
Dal 1870, con Roma capitale del Regno d'Italia, l'Istituto dei Sordomuti
diventa Stabilimento Regio e la protezione della scuola passa alla
famiglia Savoia.
Nel
1889 la scuola trova la sua definitiva sistemazione nell'edificio
di Via Nomentana, dov'è ospitata tutt'ora.
All'inizio del 1900 la direzione della scuola passa nelle mani dei
laici e solo la sezione femminile continua ad essere diretta dalle
suore.
Nel 1948, con la proclamazione della Repubblica, l'Istituto di via
Nomentana diventa statale.
Nel
1838 Papa Gregorio XVI trasforma la scuola in convitto, maschile e
femminile.
Dal 1900 al 1950 i ragazzi entrano in convitto all'età di 6/8
anni e vi restano per circa dieci anni, fino all'età di 17/20
anni.
Dopo il 1950 viene ampliata la scuola materna, sono ammessi bambini
a partire da 4 anni, e sono accettati anche alcuni semiconvittori.
Erano presenti nella scuola numerosi laboratori tenuti da artigiani
ed esperti del mestiere, sia udenti che sordi.
Laboratori maschili:
calzolaio, sarto, legatore, falegname e, in alcuni periodi, anche
tipografo e tappezziere.
Laboratori femminili:
sarta, ricamatrice, rammendatrice e maglierista
Fino
al 1950, gli alunni della scuola ricevevano al termine degli studi
solo un attestato di accertata cultura, che serviva per il lavoro.
Solo verso gli anni '50 è possibile ottenere la licenza elementare,
e dopo gli anni '60 viene attivata per un breve periodo un'esperienza
di scuola media sperimentale
Il
9 luglio 1828 il Governatore di Siena trasmette a padre Tommaso Pendola
dell'ordine degli Scolopi e al professor Stanislao Grottanelli, il
consenso granducale all'apertura di una Scuola per l'educazione dei
sordomuti. La prima sede ufficiale è la casa di Alessandro
Corbelli in via S. Pietro alle Scale.
Nel 1831 l'Istituto si stabilisce nell'ex Convento di Santa Margherita
in Castelvecchio.
Nel gennaio del 1844 con la soppressione dell'Istituto pei Sordomuti
di Pisa, gli alunni vennero trasferiti nell'Istituto di Siena che
prende il nome di "Regio Istituto Toscano dei Sordo-Muti"
Il 12 febbraio 1883 muore Tommaso Pendola e il 27 febbraio l'Istituto
viene intitolato a suo nome: Regio Istituto Pendola pei Sordo-muti
in Siena.
Dalla morte del Pendola fino al 1980 si avvicendano alla guida dell'Istituto
sette padri Scolopi.
Il 17 febbraio 1927, con R. Decreto firmato da Vittorio Emanuele III,
Mussolini e Fedele, l'Istituto dei Sordomuti Pendola viene equiparato
alle scuole pubbliche d'istruzione.
Nel 1994 è nominata la nuova Commissione Amministratrice che
elabora il Nuovo Statuto, approvato dalla Regione Toscana il 17 luglio
1996.
Nel 1835 viene diviso in due convitti, maschile e femminile, e sono
accolte le prime bambine sordomute, affidate alla Direttrice Teresa
Bargagli, fino a quando, nel dicembre del 1843, si stipula la Convenzione
con le Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli della
Comunità di Torino.
Nel 1847 è istituita la Scuola di Tipografia e la Stamperia,
cui seguono altri Laboratori: calzolaro, sarto, falegname, intagliatore
e litografo.
Nel 1907 la superiora della sezione femminile, suor Giuseppina Caccialupi,
fonda la Casa lavoro per Sordomute adulte, gestita dalle Figlie della
Carità fino al 1996, quando confluisce nell'Istituto Pendola.
Nel 1925 viene istituito un Giardino d'infanzia per bambini dai tre
anni in su, trasferitasi nel 1934 nella Villa di Antignano e guidato
dalle suore Figlie della Carità.
Nel 1940 fu riconosciuta ufficialmente, con decreto ministeriale,
la Scuola di metodo per l'abilitazione all'insegnamento ai sordomuti,
già in funzione dal 1878, e trasformata in Corso di specializzazione
nel 1980.
L.I.S. : LINGUA ITALIANA SEGNI
Origini
e storia della lingua dei segni - Il linguaggio dei segni è
un insieme strutturato e organizzato di gesti, utilizzato fra persone
che non parlano la stessa lingua o fra persone affette da sordità.
Un linguaggio di segni universalmente diffuso è quello elaborato
per persone prive di udito, i movimenti delle mani sono principalmente
di due tipi: gesti naturali o mimici per rappresentare oggetti, idee,
emozioni, sensazioni; segni metodici o sistematici per esprimere principalmente
la lingua scritta. Con altri sistemi gestuali si esprimevano alcuni
gruppi etnici dell'India e dell'Australia, noti anche quelli di alcuni
popoli dell'America del Nord che utilizzavano come mezzo di comunicazione
fra gruppi di lingua differenti riuscendo a esprimere con i gesti
anche conversazioni molto dettagliate; esistevano anche segni speciali
per ciascuna tribù, fiumi e montagne particolari e altri elementi
del paesaggio.
I segni usati dai sordi non sono un templi insieme di gesti per comunicare,
essi hanno una grammatica ben precisa, regole per i verbi, per il
plurale e il singolare, costituiscono, cioè, una vera e propria
lingua al pari delle lingua vocali. I sordi l'hanno sempre usata,
anche se per molto tempo di nascosto, poiché i gesti erano
considerati 'poveri' e si riteneva che usandoli i sordi non avrebbero
mai imparato a parlare.
La lingua dei segni in Italia - All'inizio degli anni '60, grazie
agli studiosi che si sono occupati della lingua dei segni, dall'America
con W. Stokoe sino all'Italia con V. Volterra, si è giunti
alla conclusione che la Lingua dei Segni è una lingua vera
e propria sotto tutti i punti di vista grammaticali, sintattici, morfologici,
e con il riconoscimento giuridico da parte del Parlamento Europeo
del 1988 diventa la lingua ufficiale dei sordomuti.
La grammatica della lis - La lingua dei segni è un metodo comunicativo
che utilizza il canale visivo-gestuale, invece del nostro che utilizza
il canale acustico-verbale.
I segni sono unità simili a parole con significati sia astratti
che concreti, vengono eseguiti con una o entrambe le mani, che assumono
posizioni e movimenti ben precisi. È un linguaggio basato su
un insieme di gesti e regole grammaticali.
La grammatica della lingua dei segni è costituita dalle relazioni
spaziali, dalla direzione e l'orientamento dei movimenti delle mani,
nonché dalle espressioni del volto, il movimento degli occhi,
delle sopracciglia, delle labbra, del corpo e le posizioni del corpo,
i quali servono ad esprimere variazioni di grado, quantità
o misura, come nella lingua parlata usiamo i diminutivi o i superlativi;
ha, quindi, una struttura propria, diversa dalla lingua parlata, cioè
nell'ordine i segni vengono eseguiti indicando:
il luogo e il tempo (e viceversa), il soggetto, l'oggetto, il verbo,
la negazione e/o il pronome interrogativo. Il sordo ragiona per immagine
e non per parole come l'udente, vede per primo l'oggetto o il soggetto
poi ne codifica l'azione.
TEMPO E MODO DEI VERBI
Il
verbo viene segnato sempre all'infinito, ma per indicare il presente,
il passato e il futuro i segni sono eseguiti lungo una linea astratta
denominata "la linea del tempo", situata sul piano orizzontale
all'altezza della spalla del segnante:
- i segni riferiti al passato muovono verso la spalla del segnante
(movimento all'indietro);
- i segni riferiti al presente sono eseguiti nello spazio davanti
al segnante;
- i segni riferiti al futuro muovono in avanti rispetto al segnante.
Per indicare un'azione che sta per avvenire, imminente, si usa il
verbo 'dovere' (es. sto per andare da mamma = mamma devo); se l'azione
è già avvenuta si utilizza il segno 'fatto' (es. ho
mangiato la carne = carne mangiato fatto).
I
VERBI DIREZIONALI
Si muovono nello spazio secondo la direzione di chi fa o riceve l'azione
(es. a chi hai dato il mio anello? = anello mio dare a chi?; ho ricevuto
un regalo = regalo-ricevere fatto).
IL
PLURALE
È ottenuto ripetendo il segno, modificando il luogo di articolazione
e, in parte, anche il movimento.
IL
PRONOME PERSONALE
È basato su una serie di indicazioni gestuali e oculari:
- la prima persona è data dall'indicazione di se stessi;
- la seconda persona è rappresentata dall'indicazione e dallo
sguardo diretti verso la persona che conversa con il segnante;
- la terza persona è data dall'indicazione rivolta al soggetto
in questione se presente, verso un punto indefinito dello spazio se
assente ma lo sguardo rimane rivolto all'interlocutore;
- idem per la I, II, III persona plurale e il movimento è semicircolare
.
FRASE
NEGATIVA
L'avverbio è posto alla fine della frase, le spalle sono spostate
all'indietro e il capo è leggermente inclinato da una parte.
FRASE
AFFERMATIVA
L'espressione facciale è neutra e le spalle e il tronco non
hanno particolari posizioni.
FRASE
INTERROGATIVA
Gli aggettivi o i pronomi interrogativi sono posti alla fine della
frase, le sopracciglia sono inarcate (domanda chiusa <si/no>)
o la fronte è corrugata (domanda aperta), il capo e le spalle
sono inclinate in avanti.
FRASE
IMPERATIVA
La fronte è corrugata e gli occhi sono sbarrati, mentre i segni
manuali sono prodotti in maniera più tesa.
CONDIZIONALE
Le sopracciglia sono inarcate, il capo e le spalle sono inclinate
in avanti, dando l'espressione della domanda, segue una pausa che
dà il tempo di rilassare l'espressione interrogativa e la postura
del tronco che esprime la conseguenza della condizione.
L'ESPRESSIONE
Ha un ruolo fondamentale nella lingua dei segni, nella grammatica
(un po' quello che per gli udenti è il tono della voce) senza
la quale il gesto perderebbe di significato: il movimento del corpo,
l'ampiezza, la velocità sono gli elementi fondamentali della
corretta espressività nella lingua segnica, costituiscono categorie
logiche di riferimento, senza le quali la gestualità sarebbe
solo un disarmonico, inutile agitarsi.
I
QUATTRO PARAMETRI
I segni risultanti dalla combinazione dei quattro parametri costituiscono
il vocabolario della lingua dei segni, il suo lessico.
1)
LUOGO: rappresenta il punto di articolazione di un segno, è
dato da 15 parti del corpo (dalla testa al bacino, unica eccezione
è minigonna) e dallo spazio neutro.
2) CONFIGURAZIONE: è la forma che assume la mano durante l'esecuzione
del segno; sono 56 (26 le più usate), può essere data
dalle lettere dell'alfabeto o dai numeri.
3) MOVIMENTO: è dato dal movimento delle mani, dei polsi, delle
braccia durante l'esecuzione del segno.
4) ORIENTAMENTO: è dato dalla posizione del palmo della mano
rispetto al segnante durante l'esecuzione del segno, che può
essere:
- Verso il segnante ? es. età, soddisfazione
- Fuori dal segnante ? es. domenica
- Verso l'alto V es. giovedì
- Verso il basso ^ es. sporco
- Verso destra < es.
- Verso sinistra > es. acqua
COPPIE
MINIME
Cambiando un solo parametro varia il significato del segno:
es. luogo ? mamma, scusa
configurazione ? condanna, uccidere
movimento ? olio, benzina
orientamento ? giovedì, domenica
SEGNI
NOME
Sono
usati per identificare e per fare riferimento a persone sia presenti
che assenti, ma non sono mai usati per riferimenti diretti. Possono
essere:
- descrittivi e non descrittivi, cioè quando identificano una
persona attraverso una sua caratteristica fisica, caratteriale, o
legata al suo ruolo sociale, al suo lavoro, o attraverso una sua particolare
abilità;
- arbitrari, cioè quando si utilizza una lettera del nome della
persona, per lo più l'iniziale.
SEGNI IDIOMATICI
Sono
espressioni che appartengono alla cultura sorda, ma anche influenzate
dalla cultura udente, che tradotte letteralmente sembrano non avere
alcun significato.
ITALIANO
SEGNATO
Sistema gestuale che utilizza il lessico della LIS e la struttura
grammaticale della lingua italiana.
ITALIANO
SEGNATO ESATTO
Sistema gestuale che utilizza la struttura lessicale e grammaticale
italiana traducendo articoli, preposizioni, modi e tempi dei verbi.
LETTURA
LABIALE
Tecnica specifica dell'educazione del sordo e strumento fondamentale
per lo sviluppo e l'apprendimento della lingua verbale.
C. V. G.: COMUNICAZIONE VISIVA GESTUALE
È
la base propedeutica per l'apprendimento della LIS:
* potenziamento della percezione visiva: contatto oculare, memoria
visiva, ampliamento del campo visivo;
* controllo dei movimenti fini delle dita, delle mani, delle braccia,
espressione corporea, cioè sviluppo delle capacità espressive
di tipo linguistiche del proprio corpo: descrizione dell'ambiente,
descrizione del corpo, delle parti del viso, l'abbigliamento ecc…
* uso dello spazio: come strutturare un ordine (localizzazione degli
oggetti).
Il sordo avendo difficoltà ad attivare processi di tipo astrattivo
che costituiscono l'apparato del linguaggio verbale, si avvale del
linguaggio gestuale per comunicare. La modalità di contatto
e di conoscenza del mondo per il sordo avviene prevalentemente attraverso
la vista che gli consente di prendere coscienza sia del movimento,
sia dell'appartenenza dell'oggetto all'ambiente. Il supporto gestuale
alla LIS da la possibilità al sordo di trasmettere ogni genere
di informazione.
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